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LA CITTADINANZA ITALIANA: UN PREMIO O UN DIRITTO?
Intervista a Sandro Gozi, parlamentare PD
 

di Marco Lombardo e Matilde Madrid

Dopo le vicende di Rosarno e di Milano, lo sciopero del 1° marzo ci costringe a riflettere nuovamente sulla portata del fenomeno migratorio presente in Italia. Nel nostro paese, dei 4 milioni e mezzo di stranieri regolari, solo 40.000 arrivano ad acquisire la cittadinanza italiana, e oltre la metà di questi nuovi cittadini è riuscito ad ottenerla solo tramite il matrimonio con un cittadino italiano.
Oggi, chi arriva in Italia e inizia un percorso di integrazione, per avere la cittadinanza italiana deve aspettare un periodo che sulla carta è di 10 anni ma che, per via di una corsa ad ostacoli burocratici e di un’eccessiva discrezionalità amministrativa, in realtà diventa molto più lungo. Chi nasce e vive in Italia invece, deve compiere i 18 anni e rischia di dover aspettare per molti altri anni.

In questa situazione, di recente, alla Camera è stato presentato dalla maggioranza un testo sulla cittadinanza che anziché permetterci di fare un passo in avanti, ne compie molti indietro, “un testo che compie la scelta della chiusura, della diffidenza, un testo che guarda al passato” dice Sandro Gozi, parlamentare del PD, membro della Commissione per le politiche dell’Unione Europea e del Comitato di attuazione dell’accordo di Schengen sul controllo e sulla vigilanza in materia di immigrazione.

Con lui abbiamo affrontato questi temi, partendo da una considerazione: “certo, la cittadinanza non garantisce automaticamente l’integrazione, ma non c’è vera integrazione senza cittadinanza. Il modo in cui legiferiamo sulla cittadinanza dà il senso della nostra visione della nostra comunità”.


Sandro Gozi (dal profilo flickr de iMille)

Perché è così difficile ottenere la cittadinanza italiana, anche rispetto alle esperienze di altri paesi europei?
In un paese arretrato culturalmente e politicamente come è l’Italia di oggi, dove prevale solo la demagogia di chi grida più forte, occorrono fatti come quelli di Rosarno e di Milano per scuotere le coscienze e avviare un vero dibattito, in ritardo di circa 20 anni rispetto ad altri paesi. E se per le politiche di integrazione è difficile trovare risposte valide guardando ad altre esperienze europee, poiché i due principali modelli di riferimento -quello britannico e quello francese– sono oggi entrambi in crisi per ragioni legate ad una più complessa questione sociale, per le leggi sulla cittadinanza la tendenza è comune in Europa, eccetto che per l’Italia.

Qual è la tendenza europea?
L’Europa va decisamente verso politiche che vedono la cittadinanza sempre più legata all’inserimento civico e sociale dell’immigrato e sempre meno all’ormai inadeguato “diritto del sangue”. In controtendenza l’Italia delle destre, invece, che da una parte riconosce la cittadinanza a pronipoti di immigrati italiani negli altri quattro continenti, senza preoccuparsi di verificare se c’è un legame effettivo con il nostro paese, e introduce una legge sul voto all’estero che si presta a truffe e frodi sistematiche; dall’altra, rende ancora più complicato per coloro che sono nati e residenti in Italia da anni il diritto di formalizzare ciò che sono già, culturalmente e socialmente: italiani.
Quindi, per rispondere alla precedente domanda, la difficoltà sta nel mancato aggiornamento di una legge rivista l’ultima volta nel 1992 e che dimostra la sua totale inadeguatezza nel 2010, di fronte ad una composizione della società italiana profondamente mutata.
La cittadinanza, infatti, è una fondamentale scelta nazionale, che deve corrispondere alla visione di società e di convivenza civica di un paese. Ma per un paese europeo è anche un contributo alla realizzazione di una spazio di libertà, di diritti e di cittadinanza condiviso nella stessa Unione.



Il Parlamento ha da poco discusso una proposta di riforma della legge sulla cittadinanza. Come mai questa proposta non rispetta la legalità comunitaria, avendo ottenuto il parere negativo della XIV Commissione sulle Politiche dell’Unione europea?
Il percorso di cittadinanza proposto da PDL e Lega è un vero e proprio percorso ad ostacoli per via delle complesse procedure e dei requisiti aggiuntivi per il processo di naturalizzazione. Pensiamo ad esempio al requisito del possesso del permesso CE per soggiornanti di lungo periodo, che viene richiesto come elemento indispensabile per l’accesso alla cittadinanza. E’ evidente la strumentalizzazione per fini ben diversi da quelli che sono all’origine di tale permesso, per rendere più difficile diventare italiani. Che succede, infatti, se un individuo non lo ha richiesto, limitandosi al rinnovo del permesso annuale? Gli neghiamo la possibilità di divenire cittadino italiano?
Pensiamo alla frequentazione di un corso di educazione civica e linguistica: può essere utile, ma laddove è previsto, penso ad esempio alla Germania, serve ad accorciare i tempi previsti per la naturalizzazione, proprio perché dimostra una forte volontà di aderire alla comunità nazionale che va incentivata e premiata. Mentre nella proposta di legge da poco discussa in parlamento diviene unicamente requisito aggiuntivo a quanto già previsto. Ancora, non si capisce cosa voglia dire “frequentare con profitto le scuole” come indicato nell’articolo 1 della proposta. Vuol forse dire che il ragazzo che frequenta regolarmente le nostre scuole ma non ha buoni risultati non potrà essere cittadino italiano?
Un altro criterio molto discutibile, e che porta segni non troppo vaghi di razzismo, riguarda l’ambito familiare. Una prima assoluta: in nessun paese dell’Unione europea si parla di verificare il rispetto anche in ambito familiare dei principi costituzionali fondamentali. Ogni individuo viene considerato come singolo per quanto riguarda i diritti e i doveri. Come possiamo pensare che un giovane straniero che voglia la cittadinanza italiana non possa ottenerla perché magari in ambito familiare vigono forti legami con la cultura di origine?

Anche la Lega Nord ha proposto di rivedere la legge sulla cittadinanza, aumentando da 10 a 12 anni il termine per la richiesta e prevedendo una prova di lingua con la conoscenza dei dialetti e della storia locale: cosa ne pensa?
Tutto il male possibile. Una proposta allo stesso tempo ridicola e razzista, che vuole portarci verso la disgregazione dell’Italia, verso un arcipelago di piccole patrie etniche e dialettali, in cui diventa ancora più facile abusare e negare i diritti di tutti, ed in particolare, negare qualsiasi diritto ai cittadini extracomunitari, considerati solo come lavoratori, non come uomini. Ma da tempo, tutti i paesi civili, hanno capito che anche se ci aspettavamo che venissero “solo” dei lavoratori, sono anche e innanzitutto degli esseri umani quelli di cui si tratta quando si parla di questi temi.
Guardando al tempo di residenza richiesto, la legislazione vigente in Italia rimane ferma a dieci anni, che sono senz’altro troppi e ci pongono molto al di sopra della media europea. Un periodo di cinque anni, come accade ad esempio in Francia o nel Regno Unito, è senza dubbio più adeguato.
Occorrono poi regole certe che definiscono un percorso definito, in tempi prevedibili, per l’ottenimento della cittadinanza, per una vera e completa integrazione.


Come si può costruire un percorso di cittadinanza che non sia solo un percorso di legalità ma anche un percorso culturale e sociale di integrazione che ci consenta di valutare l’effettivo radicamento tra uno straniero e il nostro paese?
Credo che si debba guardare e scommettere sulle nuove generazioni. Sono loro a dimostrarci quanto sia vecchio un paese che ragiona ancora sul diritto di sangue per distinguere i propri cittadini, sono loro a mostrarci la possibile soluzione. Ma se vogliamo una vera integrazione non possiamo certo trattarli come figli diritto minore. L’unico strumento per costruire insieme, con un atto di volontà individuale e collettiva, un nuovo patto repubblicano è la piena integrazione sancita dalla cittadinanza.
Inoltre, dobbiamo lanciare una nuova politica di integrazione e convivenza, tenendo presente il carattere policentrico del territorio italiano, la struttura diversificata dell’immigrazione e la necessità quindi di un approccio basato su un’attenta programmazione regionale e territoriale. E’ necessario insistere sull’integrazione civica e linguistica, legare a carta di soggiorno di lungo periodo o alla cittadinanza la frequentazione di un corso di educazione civica e linguistica può essere utile, ma per accorciare i tempi previsti dal procedimento. La politica dell’integrazione va poi collegata alla programmazione scolastica, prevedendo gli strumenti di programmazione, le risorse e la flessibilità necessaria in un paese con realtà territoriali differenziate come l’Italia.

Pensando all’Italia del 2020, in assenza di una riforma sulla legge per la cittadinanza, cosa ne sarà di oltre mezzo milione di stranieri nati in Italia che avranno a quel tempo completato un percorso?
E’ veramente incomprensibile che il governo Berlusconi si rifiuti di affrontare il tema dei minori stranieri. Anche se Berlusconi e Maroni fanno finta di ignorarli, i dati non cambiano e ci dicono che al 1 gennaio 2008 i residenti stranieri nati in Italia erano circa 457.000, e i minori stranieri in Italia rappresentavano il 22.2% degli stranieri residenti. Sono le famose “seconde generazioni”. La maggioranza parla della crisi di identità delle seconde generazioni adducendola come motivazione a non forzare l’integrazione, sostenendo che non si può dare per scontato che chi nasca in Italia voglia essere italiano: ma cosi si ribaltano i termini della questione.
Come possono un senso di appartenenza questi minori se la nostra legislazione li emargina rispetto ai coetanei, se frequentano le stesse scuole e le stesse aspirazioni ma ad un certo punto scoprono di non avere gli stessi diritti e le stesse opportunità? Il punto determinante è sicuramente l’estensione del principio dello jus soli, principio che si sta affermando nella maggior parte dei paesi avanzati.

Torniamo allo sciopero del 1 Marzo. Per la prima volta gli immigrati scenderanno in piazza per rivendicare la loro “visibilità” e la tutela dei loro diritti: ritiene che l’evento abbia avuto una corretta informazione nei media? Ritiene che ci sia stato un serio dibattito politico sul tema?
Credo che sia un forte messaggio al paese, che non deve avere un semplice carattere rivendicativo, ma deve servire a fare capire quanto ormai gli immigrati fanno parte della nostra vita, del nostro quotidiano, ma faticano a crearsi uno spazio. Deve essere un fortissimo richiamo ad un’assunzione di responsabilità da parte di tutti: a noi politici, per continuare la battaglia delle idee e delle proposte legislative, ai cittadini italiani, che devono sempre più guardare agli immigrati come dei partner con cui costruire una nuova convivenza civica italiana, e agli immigrati stessi, per un impegno comune nella lotta al rifiuto dei nostri valori repubblicani e costituzionali e alla prevalenza del credo religioso sulle regole e sullo stato di diritto. Proprio per l’importanza che l’evento riveste, avrebbe dovuto essere molto più visibile nei media.

Alla cittadinanza nazionale si affianca, senza sostituirla, quella europea. Oltre ad impegnarci a costruire la cittadinanza italiana per l’Italia del futuro, come possiamo rendere già oggi gli italiani più consapevoli del loro status di cittadini europei?
Il nuovo approccio all’immigrazione deve deliberatamente inserirsi in un più ampio contesto europeo e legato ad una battaglia più estesa per i diritti e la convivenza civile in Italia e in Europa. Un contesto, quello europeo, divenuto più complesso dal momento in cui una maggioranza di centrodestra si è affermata sia al consiglio dei ministri che al parlamento europeo. Il Patto europeo sull’Immigrazione, ad esempio, rappresenta un passo indietro in materia di asilo, cede all’equazione “immigrazione irregolare = criminalità” ed è stato concepito dalla Presidenza francese più in chiave interna che in chiave europea.
Sempre in chiave europea, occorre spingere per un nuovo approccio integrato tra mercati del lavoro nazionali, mercati unico europeo, area Schengen e flussi migratori. In prospettiva, dobbiamo poi proporre di riconoscere la cittadinanza europea anche a tutti i residenti regolari di lungo periodo, che avrebbero così diritti di elettorato attivo e passivo sia alle elezioni amministrative che a quelle europee.

 
 
1° Forum NewBo: cercasi Sindaco per cultura e scienza

Con questo primo Forum, la redazione di NewBo inizia una propria indagine sulla città di Bologna attraverso le opinioni dei protagonisti della vita sociale e culturale. Lo scopo è quello di ripartire dall’analisi della realtà, da una riscoperta di quanto ci passa sotto gli occhi tutti i giorni alla ricerca di una nuova prospettiva. La nostra convinzione è che la politica locale non possieda oggi ricette pronte, ma solo stracotte. Paradigmi stanchi e spesso inutilizzabili. Non vogliamo cadere nel dibattito città al tramonto si o no, ma vorremmo al contrario passare direttamente alla costruzione di idee nuove animate dalla febbre del fare (come recita un documentario sulla Bologna anni ’50, in queste settimane nelle sale).